EDITORIALE

giugno 2006

AUTODETERMINAZIONE?
AUTONOMIA E LIBERE ELEZIONI

Il dibattito suscitato dall´ex-presidente Cossiga sul diritto all´autodeterminazione della popolazione altoatesina è piú interessante della proposta stessa. Come è risaputo, dopo aver annunciato per qualche giorno la propria intenzione, il senatore a vita ha depositato una proposta di legge al Parlamento per chiedere il diritto per l´Alto Adige di scegliere con un voto popolare se restare con l´Italia, tornare all´Austria come un secolo fa, o addirittura agganciarsi alla Germania. L´imbarazzo della SVP nel dover affrontare questo problema è comprensibile, perché per decenni il cavallo di battaglia dell´autodeterminazione è stato il fulcro della politica locale, dal Los von Trient (1957) alle petizioni all´Onu (1959), alla tutela austriaca. Un intervento di Cumer sul Corriere dell´Alto Adige di venerdí 19 maggio 2006 ha portato l´attenzione sulla difficoltá che si riscontra a parlare di minoranze di primo, secondo e chissà terzo livello. Non è certo possibile definire un territorio come puro etnicamente, specie nelle regioni di confine, e a maggior ragione in luoghi dove la convivenza ha fatto importanti seppur timidi passi avanti. La riflessione piú fruttuosa che si puó fare è sul concetto di autodeterminazione. La Carta delle Nazioni Unite, infatti, al Capitolo I (dedicato ai fini e principi dell'Organizzazione), all'articolo 1, paragrafo 2, individua come fine delle Nazioni Unite: "Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'auto-determinazione dei popoli..." Ora quale popolo, in Alto Adige, ha diritto all´autodeterminazione e in quali forme? Una risposta importante è giá stata data: la chiusura del pacchetto di misure per l'attuazione dell'autonomia nel 1992, con la conseguente quietanza liberatoria rilasciata dall´Austria sulla questione altoatesina. Le libere elezioni che si svolgono in Provincia danno la possibilitá alla popolazione locale di decidere su tutte le questioni piú importanti della vita dei cittadini, dopo che anche le ultime competenze sono passate dallo Stato e dalla Regione alla Provincia stessa. E` questa una forma di autodeterminazione? Deve essere così. Altrimenti, come dice Gellner nel noto libro "Nazioni e Nazionalismo", il rischio è che ogni minoranza, di primo, secondo, terzo livello chieda nel proprio ambito l´indipendenza, anche con la lotta armata. Questo è quanto sta succedendo con esiti disastrosi, per esempio, nell´Asia centrale. Deve essere possibile esprimere l´autodeterminazione con un patto tra persone, che si tratti dell´Alto Adige o di un´altra regione del mondo.

Marco Fontana
La Fabbrica del Tempo


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ANTIEDITORIALE

giugno 2006

Trento batte Bolzano

Il recente Festival dell’Economia – una scintillante vetrina per star internazionali dell’economia ben allestita dai nostri vicini trentini – ha suscitato, com’era lecito aspettarsi, alcune riflessioni anche in casa nostra. Riflessioni, sia detto, improntate ad un per nulla velato senso di invidia e affidate alla penna dell’economista Andrea Zeppa e dell’editorialista Campostrini, entrambi del quotidiano Alto Adige. Che condividiamo, va subito detto. Il proliferare di festivals con tematiche inusuali (dell’economia, della poesia, della filosofia, della scienza) rappresenta oggi un trend molto affermato: i trentini hanno il merito di aver colto l’argomento giusto ed intercettato un bisogno diffuso di approfondire i temi dell’economia, a patto che siano trattati con la lingua della strada. Così è stato fatto. Nomi di rilievo sono arrivati a Trento per raccontare l’economia come elemento “non freddo” e non da specialisti e il grande successo di pubblico, ben oltre le aspettative, è stato il dato più rilevante. Il festival trentino, come per altre occasioni (università, strutture museali, marketing turistico), ha avuto il merito di aggiungere elementi di riflessione a quel costante confronto a distanza che avviene tra la provincia di Bolzano e quella di Trento. Parliamo, come noto, di due concetti – o meglio – di due diverse interpretazioni e conseguentemente di applicazioni dello statuto che conferisce loro l’autonomia amministrativa. Il posizionamento nella società italiana – ma non solo - delle due province è strettamente legato alla concezione che esse hanno rispettivamente dei loro singoli modelli autonomistici: mentre l’autonomia trentina si sviluppa su direttrici di apertura verso l’esterno e di estrema attenzione all’innovazione (sia in campo amministrativo sia in senso puramente produttivo), l’autonomia altoatesina – pur con le ovvie ricadute nel settore economico - resta tuttavia vincolata al fattore politico, esplicitata cioè attraverso un modello che tende a garantire la popolazione sudtirolese di lingua tedesca rispetto a tutti i possibili tipi di ingerenza dello Stato italiano nei fatti interni ad essa. Un bisogno di garanzia, va detto, che suona strumentale, visto che la Provincia di Bolzano gestisce un bilancio di tutto rispetto, i cui elementi finanziari hanno ormai da molti anni una ricaduta estremamente positiva ed appagante su tutto il territorio e le economie ad esso connesse. Dunque, stiamo parlando di modernità e dei modelli di sviluppo che le classi dirigenti sono in grado di interpretare e di approntare nelle società che amministrano. Trento, svincolata dal non indifferente fardello della gestione di due culture presenti sullo stesso territorio, è libera di agire a tutto campo; Bolzano resta al palo, o meglio, cresce ad una velocità diversa. Più lentamente. Crescere più lentamente significa anche perdere treni su treni, cosa già avvenuta. L’effetto più macroscopico di questa incapacità di crescita è, come da più parti rilevato, lo schiacciamento e l’annullamento del territorio altoatesino tra Innsbruck e la stessa Trento: qui, se di linea di confine nord-sud si vuol parlare, essa ce la vediamo passare esattamente sopra la testa: il nord incontra il sud a Trento, non a Bolzano. Ottenere o meno il diritto all’autodeterminazione – per restare nella recente attualità - non sposterebbe per esempio di un millimetro la questione sudtirolese per i sudtirolesi: la visione del mondo resterebbe la stessa; non vi è praticamente settore ove la Provincia non possa mettere mano, non vi sono modelli di sviluppo impraticabili per l’esteso potere di questa Istituzione. Resta però il fatto che esercita il potere una classe dirigente ingessata, soggiogata da una visione/gestione dell’autonomia – appunto – tutta in senso politico. Con l’occhio fisso, ipnotizzato dal bilancino etnico. Questo sguardo fisso impedisce di cogliere l’estensione e la profondità del quadro territoriale, soprattutto non fa cogliere la portata degli effetti che il futuro non mancherà di recapitare alle nostre popolazioni. Qual è allora la domanda che un’associazione come la Fabbrica del Tempo può e deve porsi di fronte a questa problematica? Anzitutto vedere dove porta questa politica in chiave etnica – dove ci ha portato, potremmo dire, è un po’ vederne gli effetti qui, oggi – e cosa, da subito, va fatto per tamponare le conseguenze che essa produce. Anni e anni di tentativi di aprire un dibattito all’interno del gruppo linguistico italiano per tentare di interpretare e superare immobilismi e incapacità della sua classe dirigente non hanno prodotto esiti rilevanti, se non varare una “politica della memoria” che pare essere l’unico tasto sonoro al quale la comunità di lingua italiana – e la sua rappresentanza politica – pare reagire. Se esso resta gesto isolato, è però insufficiente per definire nella sostanza un quadro di insieme nel quale – come ovvio – la comunità di lingua italiana non è e non può essere la sola attrice. Qui palla al centro, nella speranza che la partita sia giocata veramente. Ma, per restare all’immagine calcistica, Trento batte Bolzano. Il gap si allarga e non è che non siamo contenti per gli amici trentini: vadano, finché possono. Resta comunque la perplessità per la continua cecità che pervade la nostra provincia (o Provincia?), le continue, sfiancanti divisioni tra i gruppi, gli enti e le amministrazioni, le “strategie di mercato” spesso evocate dai nostri giovani manager giramondo senza però riuscire ad essere applicate fino in fondo e quindi senza produrre nessun effetto reale né nel settore economico né in quello culturale. A ben vedere, una questione italiani-tedeschi qui da noi forse non esiste più, è superata nei fatti, perché le economie, le culture, gli scenari in senso globale contano infinitamente di più e devono poter dire la loro (Trento docet); eppure in Alto Adige forziamo ancora la mano al buon senso, concedendoci il lusso del particolare, divenuto così tanto particolare da risultare ormai pressoché insignificante in un mondo dove gli scenari acquistano senso e vanno interpretati per la loro costante dinamicità.

Max Carbone
La Fabbrica del Tempo


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