EDITORIALE

gennaio 2006

10 anni di Fabbrica del Tempo: un impegno più che un traguardo

Dieci anni possono significare molte cose. Per chi ci legge equivalgono a decine di ricerche, pubblicazioni di storia locale, cd-rom, workshop, convegni e, di conseguenza, molte centinaia di articoli pubblicati, approfondimenti, opinioni. Per chi con noi ha lavorato questo lasso di tempo corrisponde a migliaia di ore di impegno, riunioni, dubbi, problemi da risolvere, soluzioni; e poi i percorsi individuali che si sono intrecciati, i volti di chi ci ha accompagnato, consigliato, sostenuto.
Ma dieci anni non è una statistica, è soprattutto lo sforzo per rappresentare un piccolo pezzo di “società civile”, è l’aver percorso una via non affollata, l’aver affermato che Bolzano, oltre agli splendidi “manieri illustrati”, al fascino dei Portici e alla vitalità del suo centro storico, possiede una identità più complessa, più articolata, per la quale, più volte, abbiamo chiesto maggiore attenzione e maggiore fantasia. È con questo spirito che abbiamo avanzato le proposte per un Museo delle Semirurali, le ipotesi di salvaguardia dell’Alumix, è per questo che abbiamo proceduto sistematicamente nelle ricerche su una memoria che sappiamo essere a rischio di dispersione.
Dieci anni, però, significano anche aver dovuto ripetere più e più volte – letteralmente “a destra e a manca” … – le ragioni di un impegno diverso, lo sforzo continuo per non essere mai “un’associazione schierata”, fiancheggiatrice di chicchessia: ma non per indifferenza, spocchia o snobismo ma perché questo è soprattutto richiesto da una comunità, quella italiana altoatesina, che nei veleni delle sue microsuddivisioni interne sta letteralmente affogando. Provare ad essere, con coerenza, un tassello di società civile è uno sforzo che va perseguito con attenzione e che può essere attuato anche e soprattutto in questo modo.
Abbiamo raccolto memorie fotografiche, orali, archivistiche, abbiamo provato a dare ad esse un senso, uno spazio collettivo, una visibilità, un’occasione. Ma siamo coscienti che questo sforzo ancora non basta, che non ci può e non ci deve appagare. Vanno compiuti passi ulteriori, si devono e si possono rafforzare ulteriormente le collaborazioni, costruire reti ancor più salde, ben oltre le appartenenze formali, i confini mentali o linguistici.
Intende esserne prova tangibile anche il presente sito Internet, ristrutturato nella grafica ma ancor più nei contenuti e negli intenti, con uno spazio centrale ideato proprio per moltiplicare le occasioni di dialogo con chi in questa terra, sugli aspetti storici, sociali, politici, economici o giuridici, ha qualche cosa di valido da dire, da comunicare, da condividere. Con chi, in questa terra e nell’interesse di essa, vuole proporre innovazione, vuole costruire spazi di libertà e di alternativa.

Tiziano Rosani
Presidente La Fabbrica del Tempo


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ANTIEDITORIALE

gennaio 2006

La Fabbrica del Tempo: colpevole …

Davanti a un tribunale della storia, meglio degli storici, La Fabbrica del Tempo sarebbe colpevole. E senza attenuanti. Colpevole di aver gettato acqua gelata su tutti noi che ci crogiolavamo al tepore delle nostre certezze geo-sociologiche. Ci si incamminava oltre i ponti (Talvera, Druso) con la placida inconsapevolezza che offrono i non-luoghi. Al contrario entravamo nei Portici con l’appuntita sicurezza che tutto, di noi, fosse lì. O lì intorno. Non perdoneremo mai la Fabbrica di averci costretto a guardare all’ex Montecatini non come a un rudere ma come una straordinaria testimonianza di archeologia industriale, o alle Semirurali non come ad un quartiere da abbattere ma alla stregua di una cartolina delle nostre soffitte che poteva ancora animarsi, riprendere forme e spessori. Ci ha scosso, la Fabbrica. E lo ha fatto quando era dannatamente colpevole farlo. Allora, come ora, si vedeva il Monumento come un discrimine. Ma sia chi voleva abbatterlo che chi intendeva farne l’ultima trincea italica non sapeva assolutamente cosa significasse in realtà, quali statue nascondesse nella sua cripta, quali strade raccordasse, in quale reticolo urbanistico fosse immesso. Insomma ogni cosa nata dopo il 1920 e prima del 1970 non era vista con gli occhi dell’architetto, dello storico, dell’urbanista o del ricercatore: era semplicemente politica, pane per la politica. Senza entrare in quest’ultimo versante delle vicende altoatesine La Fabbrica del Tempo ci ha fatto vedere la città che avevamo intorno per quello che era: la testimonianza di uno straordinario incrocio tra antico e moderno, gotico e razionalista, tra Ottocento e Novecento. Le sue battaglie per le fabbriche dismesse da restituire all’uso cittadino o al piacere del restauratore, gli sforzi per un Museo delle Semirurali, le ricerche intorno ad una comunità senza radici come quella italiana di Bolzano sono tutti capitoli e passaggi di un unico disegno: quello di far parlare ogni cosa col suo linguaggio. La fabbrica con le linee di chi l’ha pensata, una casa da inserire con la sua facciata nello stile di un’epoca o nel sogno di un architetto. Non bandiere ideologiche o terreni di scontro etnico.
Poi, ma come deriva, sbocco forse non voluto, si è trovato il bandolo di una matassa intricata. E la Fabbrica è riuscita a far parlare una comunità con identità deboli. Ha trovato una storia materiale da far convivere con quella più o meno alta. Gente giunta qui col fascismo ma che di ideologico non aveva ormai più nulla, nonni e padri che hanno potuto raccontare ai figli e ai nipoti anni da pionieri, fame e speranze di uomini e donne semplici ma che sarebbe stato ingiusto continuare a relegare nel privato di album sbiaditi. Insomma la Fabbrica è stata uno dei protagonisti di una stagione di riacquistata leggerezza in cui, ad esempio, tedeschi e italiani hanno potuto battagliare insieme per salvare le scuole Pascoli ma senza che gli uni vi vedessero vessilli e gli altri solo dolorose testimonianze di un ventennio di usurpazione. Si è potuto tornare a parlare di architettura e di storia senza intingerle sempre nella politica. Si sono potuto chiamare le cose col loro nome.
La Fabbrica c’entra in tutto questo? C’entra eccome. Colpevole? Fate voi.

Paolo Campostrini


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