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Il cubo e la rinuncia alla trascendenza

di Ivan Dughera – La Fabbrica del Tempo
 
Duro lavoro quello degli architetti, degli urbanisti! Rischioso ed ingrato. Eppure bellissimo e tra tutti in sommo grado affascinante. È allo stesso tempo arte del pittore, dello scultore che creano nel solco della tradizione forme materiali dal nulla, ma anche opera attenta e puntigliosa di interpretazione, di comprensione del tempo in cui vivono, di cui sono chiamati a sintetizzare in linee e facciate l’intera visione del mondo. Forse non tutti si rendono conto di quanto sia delicata la loro opera. Sant’Agostino parla di una città di Dio che si sovrappone e plasma la città dell’uomo. La prima si innalza tutta all’interno dell’animo umano, la seconda ne rappresenta l’esito materiale e sensibile. I mattoni della prima sono le emozioni, le virtù, quelli della seconda sono di argilla e di marmo.
Philip K. Dick, genio della fantascienza, avrebbe potuto attribuire agli architetti il ruolo di «creatori di pseudo-universi» ovvero uomini cui è riconosciuto il potere di plasmare il mondo in cui viviamo, uno tra i tanti possibili. Ma attenzione, è larga la loro parte di responsabilità nel far sì che questi universi non «cadano a pezzi». Perché collassano, talora, quando crolla l’immagine del mondo che li sorregge, quando le ideologie o le religioni scompaiono.
Bolzano è una città che si sta “cubizzando”? La nuove costruzioni si risolvono in grosse scatole, in parallelepipedi privi di identità che, in nome di un malinteso senso del progresso, puntano dritte all’omologazione, alla perdita di specificità? Oppure sono la sfida al canone immobile della tradizione, all’ovvio del razionalismo troppo italico e dell’architettura mitteleuropea nostalgica fino al kitsch sudtirolese di guglie, erker e pinnacoli. E sono pronte a svelare, appena l’occhio si sia abituato alla novità, una nuova percezione del bello fatto della semplicità matematica di un modulo ripetuto all’infinto? Nel dibattito sono intervenute voci diverse, tutte di grande spessore: un architetto, un archeologo, un opinionista di rango. Ma l’opposizione forse irrigidendosi nel duello tra progresso e conservazione ha perso di vista la dimensione simbolica, quella verticale, che fa proprio dell’architettura la costruzione di un universo di senso.
La nostra concezione del tempo è di tipo lineare. In essa il passato e il futuro si sviluppano come fossero su un piano; si potrebbe dire che in qualche modo nessun altro passato avrebbe potuto esistere ed il futuro è necessario perchè proprio da quel passato, anch’esso necessario, sgorga. Ecco perchè così naturale viene l’opposizione tra chi pensa che il passato sia di per sé un valore e chi invece ritiene che tutto ciò che è nuovo sia meglio. Possiamo chiamare queste due posizioni “conservazione” e “progressismo”. Ma se proviamo ad immaginare che il passato piombi, come un predone in agguato sul ciglio della strada, su un momento particolare, una piccola incrinatura nel muro del nostro universo... Se immaginiamo un presente diverso da quello dato, che accettiamo in qualche modo come ovvio, ci accorgiamo che manca qualcosa al nostro presente. Il cubo allude alla materia, ai suoi quattro elementi, all’uomo nella sua fisicità; mancano le linee verticali, dei campanili e delle torri. Sì, anche dei grattacieli, non solo dei templi! Le linee verticali che sfuggono al dominio della materia e puntano dritte la barra al cielo, da sempre simbolo della trascendenza.
Il minimalismo in architettura, così possiamo definire seppure grossolanamente la moderna tendenza alla cubizzazione, è strettamente imparentato con altri due visioni del mondo che oggi vanno per la maggiore: il relativismo ed il pensiero debole. Il primo qualifica un principio per cui non esistono verità assolute, nella morale, nella scienza, nella politica... La teoria del pensiero debole è di fatto molto più complessa ma possiamo condensarla in una frase, assumendoci tutte le responsabilità del caso: il mondo moderno non ha più bisogno dell’assoluto e del trascendente, insomma niente Dio, niente simboli, niente metafisica. L’unica realtà è il qui e ora. È una ritirata su ogni fronte, una rinuncia alla sfida della conoscenza assoluta, un quieto accontentarsi della materia, fintanto che ci sarà. Ed il minimalismo ne interpreta le istanze, rinunciando alla spinta verso l’alto che cerca il senso delle cose per rintanarsi nell’ovvietà della matrice che si ripete, nella ripetizione della formuletta binaria che non può tradire nella sua impotente banalità, nella tranquillità delle geometrie semplici.
Duro il lavoro degli architetti, soprattutto quando esce dai placidi binari del protocollo, quando sperimenta spingendosi oltre la noia del nuovo a tutti i costi; spesso è proprio davanti alla città che l’uomo vede incarnati i suoi pensieri, i suoi sogni e gli ideali. Una città di cubi parla il linguaggio della funzionalità che riduce al minimo ciò che non è apparentemente necessario. Ma l’uomo non vive di solo pane.
 
Ivan Dughera - La Fabbrica del Tempo
Alto Adige, 1 marzo 2006