Le lettere aperte. 1939-43: l’Alto Adige delle Opzioni

L'INTERVISTA

Max Carbone intervista Christoph von Hartungen (parzialmente pubblicata in “Corriere dell’Alto Adige”, 27 ottobre 2006)

Lettere, scritte a mano. Inviate, intercettate dalla censura. Aperte, lette, trascritte, richiuse e rispedite. La censura era quella fascista, gli anni erano quelli tra il 1939 e il 1943, il luogo il Sudtirolo. Erano le cosiddette “opzioni”, il malaugurato tentativo attuato dai governi italiano e tedesco di mettere ordine nella questione altoatesina. La popolazione di madrelingua tedesca e ladina della provincia di Bolzano fu posta di fronte ad una scelta drammatica: mantenere la cittadinanza italiana e rinunciare ad essere considerata tedesca, oppure optare per quella tedesca, vedersi liquidati tutti i beni e trasferirsi oltre confine. Si è calcolato che 86 sudtirolesi su 100 scelsero di trasferirsi nel Reich e diventare tedeschi: circa 76.000 espatriarono definitivamente. Insomma, un esperimento di pulizia etnica con l’eliminazione di una minoranza. La storia delle opzioni sudtirolesi, viva e vegeta nonostante gli oltre sessant’anni di distanza, continua a rappresentare un tema dibattuto e controverso.
Forse per questo motivo – l’interesse storico eccezionale – l’associazione La Fabbrica del Tempo ha scelto di dedicare alla tematica un libro, edito in due volumi, intitolato “Le lettere aperte. 1939-43. L’Alto Adige delle Opzioni”. Anni di lavoro e oltre 10.000 lettere recuperate all’Archivio Storico di Roma, lette e riproposte – alcune tra le più significative – nel libro. Dopo la presentazione ufficiale, avvenuta nello scorso marzo, l’occasione viene nuovamente data ora, nel momento in cui il libro viene presentato a Vadena e a Dobbiaco. Referente scientifico di questo lavoro, coordinato da Fabrizio Miori e Tiziano Rosani, è Christoph von Hartungen, storico, al quale abbiamo rivolto alcune domande per cercare di approfondire la tematica non tanto rispetto agli anni della guerra, quanto rispetto al tipo di senso e di percezione che le opzioni sudtirolesi rivestono oggi nella società altoatesina.

Dottor von Hartungen, è vero che il tema opzioni è considerato ancora un tabù per la popolazione sudtirolese?

Ormai non più, almeno per la maggioranza degli abitanti di questa provincia. Essendo nati ormai dopo i fatti avvenuti oltre 66 anni fa il coinvolgimento personale o di parenti stretti – padri, fratelli ecc. – non sussiste che in minima parte. Mi pare che il tema si sia storicizzato. È un processo iniziato alla fine degli anni Ottanta, quando tra novembre e marzo si è svolta la mostra sulle opzioni a Bolzano nelle allora sale del Museion, oggi università. Il processo va avanti ancora oggi. Durante i lavori preparatori di allora le resistenze esistevano ancora, soprattutto fra i più anziani, compresi politici ancora al potere. Poi, con le elezioni provinciali del 1988 è avvenuto il cambio generazionale, è “andata su” la generazione di Durnwalder, quella dei politici nati negli anni Quaranta, senza coinvolgimenti personali nei fatti, spesso addirittura anche senza memoria diretta. Ricordo che Magnago ancora diceva “Net rogln!” letteralmente “non rimestare, non rivoltare la faccenda”, sottintendendo “potrebbero venire a galla cose poco piacevoli...”, anche se poi lasciava fare e il suo assessore alla cultura Anton Zelger dava addirittura i finanziamenti per i lavori preparatori e l’allestimento della mostra, consapevoli, che non sarebbero più stati loro a gestire l’intera operazione.
Oggigiorno sono perfino gli Schützen, cioè in qualche misura gli eredi di quei valori come obbedienza, militarismo, valori virili eccetera, che si occupano di questo passato e lo interpretano come una delle maggiori ingiustizie successe ai sudtirolesi.

Se è vero che è ancora un tabù, quali sono i motivi più fondati?

Per coloro che nella rielaborazione di questa tematica vedono ancora un tabù il motivo dominante è senza dubbio il fatto che una parte consistente dei sudtirolesi non era solamente vittima di due sistemi totalitari, ma aveva anche collaborato alla realizzazione di quello che allora si riteneva la redenzione nella Germania nazista. Erano persone del luogo, in ogni paese, quasi in ogni casolare che spingevano la gente in tutti modi – leciti ed illeciti - a schierarsi in una certa maniera. Se questo si può anche capire alla luce dell’esperienza sotto il fascismo, non si può capire l’astio e l’odio con i quali perseguivano e maltrattavano quei pochi “Dableiber”. Inoltre, molti di questi personaggi durante il periodo delle opzioni si distinsero come altrettanto zelanti esecutori degli ordini nazisti durante il periodo dell’Alpenvorland, cioè tra il 1943 e il 1945, senz’altro il periodo più cruento della storia sudtirolese. Ora, da un’accurata rielaborazione del passato potrebbe uscirne un’immagine un po’ appannata dei sudtirolesi e diversa da quella tradizionalmente diffusa, cioè di tirolesi sempre vittime della storia, almeno dai tempi di Andreas Hofer in poi - e mai “carnefici” o almeno co-responsabili. Questo, a qualcuno potrebbe anche non piacere.

La politica in Alto Adige, i partiti intendo, potrebbe reputare “non utile” parlare delle opzioni ancora oggi?

Sono certamente attribuibili alla destra, direi, quei politici che asseriscono che è ora di farla finita della rielaborazione permanente del passato, di rivangare sempre le “proprie colpe” e che sarebbe ora di mettere il dito nelle “piaghe degli altri”. Rappresentano certamente una corrente minoritaria nella società sudtirolese, ma comunque esistono. Rispetto ai politici di lingua italiana direi che si tratta di un tema che non li coinvolge direttamente, ma del quale tengono conto, perché ha sempre a che fare con politici e cittadini di lingua tedesca che nel loro immaginario collettivo sono pur sempre provati da questo avvenimento storico.

La Fabbrica del Tempo è una associazione di lingua italiana, nonostante ciò affronta un tema pienamente calato nella storia della popolazione sudtirolese.

La vicenda delle opzioni ha perso quel suo carattere di piaga aperta. La ferita si è cicatrizzata, rimarrà sempre visibile e sentita, ma non brucia più. Perciò anche l’interesse per pubblicazioni di questo tipo è molto diminuito. Sarebbe forse un po’ diverso se si fosse trattato di un libro sugli anni del terrorismo e i vari coinvolgimenti in esso delle varie componenti della società sudtirolese. Al proposito, vorrei raccontarle un aneddoto. Quando agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, lo storico praghese Josef Macek, grande studioso della guerra rustica tirolese e riscopritore della grande figura di Michael Gaismair, venne a Bolzano per un convegno disse in merito alla storiografia del suo paese, ignota ai più seppur presentava e presenta spunti interessantissimi, “Bohemica non leguntur”, cioè, adattato all’odierna realtà locale “Italica non leguntur”, ovvero troppo spesso la realtà dell’altro gruppo linguistico resta ignota, anche se si occupa di questioni nostre.

Lei è stato tra i referenti scientifici de “Le lettere aperte”, com’è stata questa esperienza?

Si è trattato di una cosa interessantissima, di una sfida quasi. Tentare e magari anche riuscire a rielaborare e ricostruire una vicenda alquanto traumatica sullo sfondo di una fonte documentaria finora mai sfruttata e ignota ai più, anche a molti storici è stato molto coinvolgente. Parecchi ne avevano conoscenza per sentito dire, ma quasi nessuno ci ha lavorato approfonditamente. Man mano che ho continuato il mio lavoro mi sono reso conto della enorme complessità della vicenda opzioni, della vasta gamma delle motivazioni che ha spinto le persone a scegliere tra Germania o Heimat, le opzioni che non finiscono mai, perché c’è sempre qualche problema o qualche motivo che complica la scelta, l’enorme apparato burocratico messo in piedi. Una vicenda incredibile. E poi le posizioni, anche molto diverse, anche all’interno dei vari schieramenti, le posizioni non sempre univoche dello Stato italiano, dei funzionari germanici fuori e qua in provincia, nonché le posizioni all’interno dei simpatizzanti locali per la Germania.

Ha parlato di un interesse da parte degli storici locali. In che senso?

Sulla tematica delle opzioni la visione direi che è quasi unitaria: due dittature che vogliono risolvere un problema che rischia di compromettere in un futuro più o meno lontano la loro “eterna” alleanza. Due dittature che a causa delle loro dinamiche interne, soprattutto di un nazionalismo ed imperialismo che non lasciano spazio per altri, che continuano ad essere concorrenti e si contrastano agguerritamente sul piano pratico dell’attuazione degli accordi di Berlino. Una popolazione divisa tra attaccamento alla terra natia, alla fede ed alle tradizioni storiche e aspettative irrealistiche di redenzione nel paradiso della Grande Germania nazista, aspettative che non possono che essere disattese e deluse. Un nucleo agguerrito di nazisti locali che cerca in tutti modi di far emigrare compatti i sudtirolesi e che cova – egli stesso – un’illusione irreale, a tratti addirittura surreale, di un insediamento compatto in qualche parte dell’Europa sottomessa dalle forze dell’Asse. Sì, direi che l’analisi è la stessa. Forse, le uniche differenze riscontrabili, tra storici italiani e tedeschi, riguardano per lo più questioni parziali o differenze di valutazioni, per esempio sul diverso peso della propaganda nazista o delle precedenti esperienze della minoranza sotto il regime fascista.

Quindi, possiamo dire che a quasi sessant’anni di distanza dai fatti esiste da noi una sorta di analisi condivisa, oppure permangono delle differenze?

Sulle opzioni probabilmente sì, a parte piccole frange estremiste. Sulla restante storia del ‘900 la vedrei in un modo meno ottimista. Basta citare come esempio la valutazione dell’accordo De Gasperi – Gruber di circa due mesi fa. Almeno il Sudtirolo ufficiale non vedeva nessuna ragione per festeggiare, ma al massimo di ricordare, mentre per gli italiani di Trento e di Bolzano era il sessantesimo anniversario di una convivenza per sommi capi ben riuscita, nonostante alcuni problemi di percorso. Cose simili si potrebbero dire sul ventennio fascista o sugli anni delle bombe, sulla Prima guerra mondiale e la vittoria di Vittorio Veneto o magari sulle questioni cruciali dell’Ottocento. Comunque, bisogna anche dire che la gente comune di ambo i gruppi spesso viaggia in disaccordo con le posizioni storiografiche ufficiali, come si è potuto appurare sempre in rapporto al sessantesimo anniversario dell’Accordo De Gasperi – Gruber. Ma la storia viene quasi sempre scritta o controllata dai detentori del potere. In questo senso è un caso più unico che raro che la storiografia alternativa, dopo ferocissimi contrasti, sia riuscita ad imporre il suo punto di vista sulle opzioni. Non sarebbe stato possibile se la valutazione di fascismo e nazionalsocialismo, soprattutto dell’operato di Himmler e delle sue SS per lo stravolgimento etnico del continente a livello europeo, non avesse preso gli sviluppi attuali. Giocoforza, anche le posizioni sudtirolesi dovevano adattarsi agli standard europei, se non volevano diventare, o peggio restare, l’unico posto in Europa di difesa di posizioni filonaziste. Soprattutto in quel momento storico, gli anni Ottanta, dove si cercava di conseguire e consolidare il secondo statuto d’autonomia anche a livello europeo.

Opzioni-Svp, in che rapporto stanno?

Per il partito di raccolta è il punto più basso al quale sia scesa la storia sudtirolese. Dopo il 1945 è merito soprattutto del partito, se i “Dableiber” hanno steso un velo pietoso sul passato e non hanno insistito nella riparazione dei torti subiti in nome della causa comune sudtirolese. Se la minoranza è rimasta compatta all’interno dello Stato italiano centralista, nonostante le brutalità e il clima di quasi guerra civile tra i sudtirolesi negli anni 1939-45, è il partito che se ne ascrive il merito. Questo anche al costo di aver condannato negli anni Cinquanta, Sessanta e in parte anche Settanta i “Dableiber” all’oblio. Ma non erano molti, viste le percentuali delle opzioni.

Un tema dunque, buono solo per gli storici, oppure esercita ancora attrazione nell’area della politica?

Anche in questo caso la risposta non può che essere sì e no allo stesso tempo. Nella vita di ogni giorno, nel quotidiano della politica ormai il tema gioca un ruolo del tutto marginale. “Questo è figlio di un Dableiber” o “Quello era un nazista fanatico!” oppure “Suo padre era un fascista al 150 per cento”: oggigiorno questo non lo dice più nessuno, al massimo qualche patito di ricerche storiche. A livello comune quasi si è persa la memoria di quello che hanno fatto personalmente i propri nonni o addirittura bisnonni. Ma se posso parlare dalla mia esperienza di insegnante o docente nell’ambito dell’educazione permanente e dell’aggiornamento insegnanti, incontro sempre grandissimo interesse se tratto questi argomenti. In classe regna un’attenzione come in poche altre occasioni, a volte non fiatano neanche! Vorrei aggiungere però anche attenzione e sgomento, sgomento per il fatto che gente comune che fino al 1939 ha condotto una vita normale si sia fatta abbindolare con tanta faciloneria e credulità dalla propaganda più becera e inconsistente mettendo a repentaglio il proprio futuro e quello dei propri figli. In questo senso insegnare, studiare ed approfondire la storia delle opzioni e degli anni della seconda guerra mondiale riscontra tuttora un vivo interesse e senza dubbio non è inutile.


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