p

Pubblicato sul Corriere della Sera un articolo relativo al libro della Fabbrica del Tempo

 

Raccolte per la prima volta le lettere degli abitanti dell'Alto Adige dal '39 al '43

Il dramma dei sudtirolesi che optarono per Hitler
Da Bolzano ai campi profughi con destinazione Ucraina
 
Abbandonare la casa, la terra e la patria per mantenere la propria identità e continuare a parlare la lingua degli avi. Oppure restare, ma cambiare tutto e forse, alla fine, dover comunque lasciare ogni cosa per trasferirsi in un' altra parte d' Italia o addirittura in Africa. Il dramma degli abitanti del Sud Tirolo/Alto Adige al momento dell' intesa tra Hitler e Mussolini è cosa di cui si è sempre parlato poco e che può essere capita fino in fondo solo attraverso le testimonianze dei protagonisti. «Scorrono lacrime a torrenti, le notti vengono passate insonni, abbattuti giriamo intorno, incerti dell' esecuzione di queste disposizioni...». Migliaia di lettere scritte in quel periodo, intercettate dalla polizia italiana, tradotte e conservate nell' archivio del ministero dell' Interno, vengono ora pubblicate per la prima volta grazie al paziente lavoro della Fabbrica del Tempo, una associazione che si occupa di storia altoatesina (Le lettere aperte 1939-43: l' Alto Adige delle Opzioni). Lettere di italiani, documenti ufficiali, ma soprattutto missive di altoatesini di lingua tedesca o ladina, identificati dal fascismo come «allogeni» (di etnia diversa) e quindi sospetti per definizione. Il tutto accuratamente sorvegliato dalla polizia militare, dalle questure e dall' Ovra. Un' opera ciclopica, visto che, secondo il prefetto di Bolzano, venivano esaminate quasi trentamila missive al giorno. Passati dall' impero asburgico all' Italia da pochi anni, traumatizzati dal regime che voleva italianizzarli, gran parte degli altoatesini guardarono in un primo momento con grande speranza alla politica di Adolf Hitler. All' annessione dell' Austria, all' occupazione dei Sudeti in Cecoslovacchia. Scrive con entusiasmo frate Patrik dal convento dei cappuccini di Merano il 19 gennaio 1939: «Si calcola con assoluta certezza... che alla fine di febbraio, infallibilmente però alla fine di marzo, il Sud Tirolo sarà redento!». E il 24 maggio una certa Edda scrive a Trude Brigl a Innsbruck: «Qualcuno racconta che il 20 giugno saranno chiuse tutte le scuole per dar quartiere alle truppe tedesche». Ma il Führer aveva altre ambizioni e riteneva indispensabile l' alleanza con l' Italia. L' Alto Adige era solo una pedina di scambio. L' annuncio che il confine del Brennero sarebbe rimasto per sempre inviolabile diede il primo colpo alle speranze dei tedeschi della provincia di Bolzano. Poi arrivò l' accordo sottoscritto il 23 giugno del 1939, al quartier generale delle SS, tra Himmler e il prefetto di Bolzano Mastromattei. I residenti che avevano conservato la cittadinanza austriaca, e quindi ora tedesca, (undicimila) se ne dovevano andare subito. Gli allogeni (duecentomila, più diecimila ladini) avrebbero avuto più tempo per scegliere. In realtà, poi, questa «finestra» si ridusse a poco più di due mesi, a seguito dei contrasti tra Italia e Germania. La prima reazione fu di sconforto: «Così dunque ha agito l' eroe tedesco Hitler!», scrive il 3 luglio Josef Maurer di Merano. Di rabbia: «Hitler viene qui chiamato il più grande bolscevico del mondo», si legge in una missiva spedita da Lagundo a Martino Machule a Monaco. Poi iniziano i dubbi laceranti. Che fare? Scrive la sorella a Giuseppe Steinkellner in Germania: «Saranno distribuiti dei moduli per sottoscrivere se si vuole andare in Germania oppure rimanere italiani». E Giuseppe Moling, ladino della Val Badia che non optò, racconta oggi: «Ci dicevano che se rimanevamo dovevamo andare tutti in Sicilia». Il Reich vuole un plebiscito, tutti in Germania, per dimostrare che il Sud Tirolo è tedesco. I fascisti in un primo momento non reagiscono, poi decidono di rispondere per trattenere la popolazione (e non dover versare gli indennizzi per l' Alto Adige, un «pezzo di patria già pagato con il sangue»). Le voci si accavallano, gettano tutti nella confusione. «Ci daranno masi identici nel Tirolo del Nord». «Chi resta andrà nelle vecchie province meridionali del Regno, in Sicilia e perfino nella Libia». «Potremo scegliere tra Albania, Tripolitania e Abissinia». Ben presto la prospettiva per gli optanti diventa meno rosea. «Ci è stato inibito di stabilirci nel Nord Tirolo». «Si parla della Polonia, di Zakopane... sorgeranno nuove Bolzano, Merano, Bressanone». Poi, con il Blitzkrieg a Est, spunteranno l' Ucraina e perfino la Crimea. Al di la dei sogni e delle promesse, la realtà è più vicina a un incubo. Le nostre autorità insistono sul fatto che chi rimane dovrà «dimostrarsi un buon italiano e un buon fascista». Dalla Germania arrivano notizie catastrofiche. Tutti gli altoatesini abili finiscono sul fronte orientale (e i cimiteri della provincia lo testimoniano oggi con le lapidi di caduti a Stalingrado, Kursk, Orjol). «Qui non siamo che schiavi e guardati come scemi sudtirolesi», scrive Luis Frenes della Val Gardena. E Sebastian Arnold di Bressanone aggiunge: «Non siamo considerati e non veniamo trattati come veri tedeschi». Per anni la popolazione civile (se ne vanno in sessantamila) rimane bloccata nei campi profughi, senza lavoro, senza cibo. «L' emigrazione è il più grande inganno che sia mai esistito», scrive Toni Plattner da Innsbruck alla madre rimasta a Bressanone. Un' ultima ubriacatura di assurdo entusiasmo arriva a ridosso dell' 8 settembre 1943. «Questa mattina il Führer è entrato nel Sud Tirolo ed ora siamo finalmente liberati dall' oppressione degli italiani», scrive Johann Staffler dalla Val d' Ultimo. L' accoglienza per le truppe germaniche è entusiastica: «Le ragazze di Appiano sono andate incontro ai soldati con fiori, frutta, pane, liquori e leccornie». Ma la stagione dell' occupazione tedesca si rivelerà ancora più tragica, con la caccia ai renitenti alla leva fienile per fienile, baita per baita, e le atrocità di un esercito sconfitto e senza speranza.[...] L' ILLUSIONE «Questa mattina il Führer è entrato nel Sud Tirolo e ora siamo finalmente liberati dall' oppressione degli italiani. Le ragazze di Appiano sono andate incontro ai soldati con fiori, frutta, pane, liquori e leccornie» scrive, a ridosso dell' 8 settembre, Johann Staffler dalla Val d' Ultimo. [...] I TIMORI Le voci si rincorrono: «Chi resta andrà nelle vecchie province meridionali del Regno, in Sicilia e persino nella Libia»; «Potremo scegliere tra Albania, Tripolitania e Abissinia»; «Si parla della Polonia, di Zakopane... Sorgeranno nuove Bolzano, Merano, Bressanone». [...]
 
Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 5 dicembre 2006

torna su


Archivio foto storiche in linea!
(per accedere dovete essere registrati ed effettuare il login)






Le lettere aperte


Le lettere aperte. 1939-43: l’Alto Adige delle Opzioni
Intervista di Max Carbone a Christoph von Hartungen (parzialmente pubblicata in “Corriere dell’Alto Adige”, 27 ottobre 2006)

Privati e librerie possono richiedere la pubblicazione a "Libri e Libri", corso Libertà 76 - Bolzano 0471 286362